DIETA E CENTRIFUGATI

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Io, a mangiare sono la classica cagacazzo.

Nel senso che devo capire cosa sto mangiando, poi mangio di tutto, escluso il pomodoro, le verza, i peperoni, il pesce crudo, le barbabietole, gli spinaci, il fegato, le interiora, la trippa, la lingua, insomma, quasi tutto.

Di moda, in questo periodo di quasi estate, almeno sul calendario, ci sono gli smoothies, che poi fa figo dirlo all’inglese, ma in italiano sono i classici centrifugati, che poi, di classico hanno solo il nome.

Ed ecco che, con l’avvicinarsi della fantomatica estate, in cui tutti, o almeno molti di noi iniziano a rendersi conto che svuotare vasetti di nutella sdraiati sul divano, con in mano un libro per arricchire la nostra cultura non è stata un’ottima idea, che poi, cosa è giusto e cosa no, non sta a me dirlo, ma.

Ma.

Come nelle migliori storie a lieto fine c’è un ma, nel bel mezzo della storia lo trovi sempre un ma.

Ecco che ci sottoponiamo a regimi dietetici che farebbero impallidire la peggiori delle carestie.

Ecco che ci affidiamo a questi centrifugati che sì, sono ad alta digeribilità, contengono solo principi attivi dei prodotti che lanciamo accuratamente nel frullatore che…che…che…

Che a me, detta così con un francesismo, per par condicio avendo citato un termine inglese, fanno cagher.

Esatto.

Non nel vero senso del termine.

Insomma.

Siamo subissati da ricette, le trovi dappertutto, anche senza cercarle, ecco che la promoter del supermercato che fino a dieci giorni fa sponsorizzava i nuovi wafer completamente ricoperti di cioccolato, oggi ti vuole regalare “per la tua salute ed il tuo benessere” dei prodotti disidratati ideali per il tuo prossimo centrifugato, che se accompagnato a latte di soia sarà ottimo per il tuo corpo, escluso lo stomaco, sia chiaro, certo, lei è lì per vendere e l’ultima parte la omette.

Niente.

M’invento storie per evitare come la peste questi miscugli dai colori sgargianti, oddeo, non sempre sgargianti, a volte assumono dei colori tanto tenui quanto disgustosi, forse.

Io, ad un centrifugato salva linea preferisco la classica e forse fuori moda bistecca ed insalata, ma si sa, io sono antica.

 

 

 

NON SONO FEMMINILE

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Ora.

Lo so, io non sono femminile o meglio,io sono femminile tanto quanto un camionista sudato senza CBR e senza aria condizionata in sosta obbligata, perché dai, paragonarmi ad uno scaricatore di porto è cosa superata, no?

Chiariamo un punto fondamentale, cos’è la femminilità? Ora ognuno avrà la sua versione dei fatti, la mia è questa:

  • Femminile è la donna fine e sofisticata
  • Femminile è la donna che cammina con grazia e superiorità
  • Femminile è la donna che si fa aprire la portiera, la porta e si fa pagare la cena.

Femminile è tutte queste cose e tante altre tutte insieme, insomma un’accozzaglia di tutto rispetto e di poco prestigio (cazzo se parlo bene oggi!)

Io vivo per il 70 per cento della giornata in scarpe da ginnastica, il restante trenta lo passo a casa e quindi scalza o a letto e viene da sè.

Questa riflessione mi nasca spontanea dopo che ieri sera al supermercato noto, così per caso, due ragazzine che con un bastone nel culo e tacco dodici ancheggiavano tra gli scaffali alla ricerca di chissà quale prodotto dietetico.

Ora.

Io non sono un fuscello.

Io vivo in scarpe da ginnastica.

Io non so come e perché mi sono trovata a criticare le due con uno scaffalista che incrociato il mio sguardo se ne esce con:

“Io preferisco una come te ad una come lei. Tu nelle tue scarpe basse ci stai a meraviglia, lei sui tacci, tre, due uno… e tac, inciampa”

Credo che si sia slogata una caviglia perché l’espressione facciale subito successiva al conto alla rovescia non aveva nulla di femminile.

Io sono rimasta con il mio amico scaffalista (che si conosco e no non era un modo per fare il marpione) a guardare la scena.

L’amica che ride, due ragazzi che corrono in soccorso e che sì scopriremo dopo erano insieme ma uno dei due si vergognava quindi si sono allontanati ed indossando scarpe da ginnastica hanno potuto distanziarle e non di poco.

Ecco.

Lei. Quella che è caduta dice rivolta ai suoi amici: “Voi non capite, non sapete cos’è la femminilità…”

Io e il mio amico che nel frattempo eravamo ancora fermi ad assistere alla scena in coro: “No scusa, perché tu si?”

Ecco.

Pensavo, ma poi in fondo la femminilità cos’è?

E poi.

Se ti manca mica è un problema, no?

 

 

 

Cosa pensa la cassiera dell’Esselunga?

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Pixabay

Facile no?

Ieri sera sono andata a fare la spesa. E già questo è sintomo di poca pazienza.

Mi basta pronunciare la frase supermercato per diventare idrofoba, aiuto!

Arrivata alla cassa sorridevo. Sì, è vero, potrebbero avermi presa per pazza, ma no, con la gente che avevo intorno io ero quella più sana, ed anche qui. Ho già detto tutto.

Comunque.

Qualche giorno fa parlando con un altro blogger, mi sono resa conto che no, non sono l’unica che si accorge di quanti mondi diversi vedano le cassiere dell’ Esselunga.

Ora.

Non è che loro siano tutte delle sante, ma neanche tutte delle pazze scatenate.

Insomma.

Anche loro sono spesso, come tutti noi, comuni compratori di merce varia e variegata, facilmente condizionabili dagli umori circostanti.

No, non sto dicendo che loro sono suscettibili all’arroganza dell’uomo in carriera che non deve chiedere mai, neanche una borsetta per capirci, oppure sono comprensibili verso una ragazza che davanti allo scaffale dei cibi per single piange copiosamente, perché lei, è lì, ma vorrebbe essere di fronte a quelle del due per uno, una capanna è per sempre.

Ecco.

Mi piacerebbe raccontare cosa vedo io, cosa penso io, quando in coda al supermercato noto certi soggetti, che “tienimi o gli do una testata!”.

Io sono portatrice sana di zero pazienza.

Io sono altamente condizionabile dagli umori circostanti, se negativi ovviamente.

Io odio andare a fare la spesa, in qualsiasi stagione, in qualsiasi regione etc etc.

Se devo trovare un modo per farmi andare bene questa incombenza, che mannaggia mia madre adora, devo per forza di cose trovare una motivazione valida per andare all’ Esselunga con un sorriso.

Salvo poi arrivarci e perdere la vena poetica.

 

PERLE AL SUPER

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Le perle che più stimo sono quelle che arrivano o quando sono in macchina o quando sono al supermercato.

Tolto il fatto e chiarito il concetto che l’ignoranza avanza a prescindere dal luogo di nascita, riporto un avvenimento così come l’ho visto io. Perché riportarlo senza metterci un po’ del mio non è da me.

E poi non sono mai stata una ragazza coerente e lineare, e no, è lontano da me il pensiero di iniziare ad esserlo adesso.

Ora.

La premessa è d’obbligo perché sono certa che scatenerò l’ira di molti, ma poco mi importa, io sono e resto comunque libera di dire quello che voglio e come voglio, e no, non è mia intenzione offendere qualcuno, anche perché se volessi offendere andrei dritta al punto, facendo nomi e cognomi, e se questi non fossero sufficienti, elencherei episodi per permettere di capire più a fondo di chi sto parlando.

Ma.

Dicevo.

In casa mia sono io la responsabile che una volta alla settimana si prende carico di questo onere e si reca in quel fantastico mondo altrimenti detto SUPERMERCATO.

Si, scritto in stampatello, come se fosse urlato, perché io lo detesto, e pare che emettere un urlo quando si è stressati aiuti a ristabilire l’equilibrio.

Ecco.

Non funziona ma ci entro comunque.

Per inciso, l’urlo l’ho fatto in macchina, da sola, mentre andavo, ma niente, l’orticaria s’impossessa di me appena apro il portafoglio per prendere quella cazzo di monetina che immancabilmente non c’è per il carrello.

Anche oggi “tanto sono solo due cose”. Già.

Nel reparto latticini mi sono scontrata, con una simpaticissima giovane che con sguardo perso e abbigliamento bizzarro mi ha INAVVERTITAMENTE fatto inciampare così da farmi rompere le quattro uova appena comprate.

Ora dirai.

Beh sei una stordita, prima o poi ti sarebbe capitato.

No!

Io una stronzetta così mica l’avrei voluta incontrare eh!

Mi dice:

“ Oh scusi, ma vede?!? E’ il karma, lei compra le mestruazioni delle galline e gli spiriti degli animali si ribellano.”

Dopo essere rimasta inebetita per cinque secondi abbondanti, mi sono rialzata, si esatto, perché io nel frattempo ero a terra color passata di pomodoro.

“Senti. Io non so cosa mangi tu per essere così…Per essere così e basta. Ma a me hanno insegnato (sì, prendi il telefono e guarda cosa significa la parola insegnare) che siamo in un paese libero.
Quindi. Posso mangiare tutte le mestruazioni che voglio, e no, non devo rendere conto a te.”

La signora che ha assistito a tutta la scena, e no, non mi ha aiutato a rialzarmi perché era una spettatrice, non sia mai che esca dal ruolo… E’ intervenuta chiedendo perché non mi prudessero le mani al punto tale di alzarle e stampare in faccia una “cinquina naturale a questa ragazzina idiota.”

“No. Non alzo le mani, perché è quello che tutti si aspettano, sono una persona incoerente e mi piace restare coerente alla mia incoerenza.”

La cassa era vicina e stranamente libera.

Senza uova ho pagato la mia spesa e me ne sono andata a casa.

Ecco. E poi come può piacermi andare a fare la spesa?!?

INCONTRI SURREALI

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Pixabay

“Senti vecchia, adesso mi hai rotto il cazzo.”

Si, va bene, io sono insofferente, nonostante i buoni propositi mi abbiano accompagnato durante il tragitto, giunta qui, al supermercato questi, hanno deciso di aspettarmi fuori, nel tepore dell’abitacolo, in attesa.

Tante cose potrebbero essere scritte, altrettante solo pensate, ma.

La frase sopra riportata è stata pronunciata da un moccioso verso una persona adulta, presumibilmente la mamma, ora.

Fosse stata la mia, di mamma, già al Vecchia, mi avrebbe rifilato un malrovescio da causarmi una visita improvvisa ed instantanea da un ottimo chirurgo plastico facciale, ma lei (di mamma) no.

Mi ha rivolto uno sguardo mortificato mentre io lanciavo segnali di fuoco verso il moccioso.

Poi, ho elaborato successivamente la seconda parte della frase, mi hai rotto il cazzo.

Ora.

Il moccioso in questione puzza ancora di latte, non supera i sei anni, forse resterà basso di statura, ma fidati, è veramente piccolo.

Ora.

Se solo mi fossi permessa io, e non solo alla sua età, di pronunciare, anche solo di pensare una frase del genere, mia madre, ma anche il resto del parentato mi avrebbero disconosciuta, preparato valigie e viveri di prima necessità e spedita in burundi per riflettere sull’accaduto, le (di mamma) no.

Ha guardato il moccioso e con un sorriso leggermente isterico, gli ha detto con calma di non preoccuparsi che a breve sarebbero stati fuori di lì, guarda me e:

“Mio figlio è insofferente ai centri commerciali. Devo avere pazienza.”

“Signora, anche io sono insofferente ai centri commerciali, ma se solo mi fossi permessa di rispondere così a mia madre, oggi non sarei qui, a portare pazienza con lei”

“Non ha figli?”

“No.”

“E’ chiaro che la sua concezione di pazienza è diversa dalla mia”

Incasso, fingo comprensione e pago il conto, ma dentro di me rifletto.

Sarà vero che non ho figli, sarà vero che ho una concezione diversa di pazienza, ma cazzo, l’educazione quella ce l’ho anche io! E no, neanche durante il sol leone, ferma in colonna in autostrada mi permetterei di dire a mia madre, Vecchia, mi hai rotto il cazzo!