SENZA LIMITE

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A volte mi rendo conto di quanto la mia condizione di umana sia limitativa.

A volte mi rendo conto che non riesco a porre limiti a parole, fatti, persone.

A volte mi vergogno di me, altre solo delle persone che mi stanno intorno, ma per non fare la voce fuori dal coro mi accodo  e mi vergogno anche di me, senza sapere il perché.

Troppe volte mi sottovaluto.

Troppe volte faccio opera di auto convincimento e mi focalizzo sul mio essere inutile.

Altre volte invece rinasco dalla mia cenere, mi sgretolo e poi ricompongo i pezzi, tutto da sola, senza che nessuno si accorga di nulla.

E intanto il tempo passa.

Il tempo vola via e io a stento me ne rendo conto.

Penso a quello che verrà.

Al prossimo week end fuori porta, vicino o lontano.

Penso che mi piace viaggiare e mi  sto immaginando la prossima meta, anche se di certo non c’è niente.(ANCORA).

L’unica certezza che conosco già da adesso è una e una soltanto.
Penso che perderò ancora la dignità.
DAVANTI ALLA COLAZIONE DEL PROSSIMO ALBERGO.

 

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AMERICA.13

Oggi è l’ultimo giorno pieno.

Oggi sarà l’ultima volta che vivrò un tramonto newyorkese, domani si torna a casa, e se devo essere sincera sento la mancanza.

A me casa mia manca.

Non è che mi manca la casa in sé o le persone che mi grativano attorno, mi manca il cibo.

Eh già, non vivo in Burundi, non sono deperita, io mangio e mangio di gusto.

Mi manca il cibo di casa mia, mi mancano da impazzire le zucchine grigliate, non ne posso più di mangiare hamburgher, hot dog, cheddar. Basta, davvero basta.

Avrei bisogno di tornare a casa, fare una pausa e poi tornare qui, e mi sa che farò esattamente così, mi prendo una pausa di un anno e poi torno in America.

Insomma, ogni scusa è buona per dire che qui io mi trovo bene, cibo a parte, e poi questa mi sembra una valida scusa, no?

La giornata prosegue con il Guggheneim, l’abbiamo già visto da fuori, siamo già entrate ieri, ma non ci hanno fatto salire perché era troppo tardi, oggi siamo più fortunate.

Dal basso pensi “sì è particolare” poi sali e wow.

I quadri sono esposti in maniera strana, l’audio guida ti spiega il percorso ed alcuni dipinti che ti trovi davanti, lo spettacolo è sensazionale.

Non mi è piaciuta la parte dedicata ad i quadri cattolici, non so come si chiama, l’ho trovata troppo tetra e troppo buia rispetto all’idea che ho io della Fede, ma sono sensazioni e si sa, le sensazioni sono personali.

Finita la visita scegliamo di vedere davvero Little Italy, di vistarla, salvo poi restare deluse perché è solo quella via, ci sono solo ristoranti ed è rappresentata solo una piccola parte del sud italia, insomma, buon cibo, per quanto possa esserlo in America e, fine.

E’ stata un po’ una delusione, anche se in tanti ci hanno preparato a questa cosa dicendoci che non ne saremmo uscite soddisfatte, a maggior ragione visto che siamo del nord.

Torniamo in hotel, ancora una volta con la pancia piena ed i piedi gonfi, contente ed un po’ tristi, domani ultima mezza giornata e poi volo intercontinentale.

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AMERICA.12

Eh finalmente…. MARE!Sporco, niente bagno, l’ho solo sfiorato con i piedi, ma è stata comunque una sensazione strana, essere al mare, ed avere dietro un parco giochi, anzi no, un Luna Park.

Eh qui, scatta la saccente che è in me. “Come mai si chiama Luna Park?”

LO SAPEVI CHE… l’origine del nome luna park che identifica un parco divertimenti è americana.

Un po’ di storia. Nel 1901 a Buffalo, New York durante l’esposizione Pan Americana venne presentata un’attrazione chiamata “A trip to the moon” (un viaggio verso la luna) ed era una finta navicella che portava sulla luna. I creatori di questa attrazione (Frederic Thompson e Elmer “Skip” Dundy) decisero di chiamare questa navicella Luna (il nome latino di moon) ispirandosi al nome della sorella di Skip Dundy che si chiamava appunto Luna.

Questa attrazione fu portata poi a Coney Island ( una penisola e un quartiere situato nella zona meridionale della circoscrizione di Brooklyn a New York negli Stati Uniti d’America)  in un parco divertimenti inaugurato nel 1903 a cui venne dato appunto il nome dell’attrazione “Luna”. Da qui il nome Luna Park che e’ poi diventato sinonimo dei parchi giochi in tutto il mondo.

FONTE: CRUCIVERBA

E niente, mientre siamo come otarie spiaggiate ci godiamo la vista di bagnini, che credetemi, sembrava di essere in una delle migliori puntate di Baywatch senza la Anderson e senza pericoli imminenti o passati, insomma, con il bagnino che a riposo si godeva la spiaggia.

Ecco, abbiamo scelto Coney Island perché volevamo provare l’hotdog più famoso e buono di tutta Brooklyn, ed effettivamente ha il suo buon perché, noi siamo andate qui: NATHAN’S

E dopo una giornata sotto il sole cosa c’è di meglio di una bella crociera al tramonto?
Dovessi tornare indietro mi terrei un’attrazione del pass per qualcosa d’altro ed userei la navetta che tutti i giorni usano i pendolari pagando una corsa semplice ( 2.75 $), ma si sa, le cose fatte con il senno del poi sono sempre più facili.

E’ stata comunque bellissima. Partenza alle 19.00 ritorno alle 21.00 quindi niente cena, ah! Lo volete un consiglio? Non andate ai baracchini perché il pakistano che è toccato a noi non sapeva contare e abbiamo pagato due magnum la modica cifra di 10 $, hai letto bene. DIECI. L’ho digerito dopo tre giorni.

Il panorama non ha bisogno di nessun commento, parla da solo, ad ogni minuto i colori cambiavano, il tramonto si riflette sui palazzi della città, il sole si moltiplica ed i colori si mischiano. Ne vale la pena.

Di nuovo di ritorno, con un bagaglio sempre più ricco e tanti altri ricordi che custodirò gelosamente nel cassetto “Marta a New York”.

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AMERICA.11

La giornata parte senza programma, dipende dal tempo, ci mancano poche cose da vedere, o almeno rispetto a quelle che c’eravamo messe in testa.

Il tour di Central Park in bicicletta non m’ha soddisfatto quindi ci dirigiamo verso il museo naturale per poi notare la coda mostruosa e glissare verso una delle tante entrate di Central Park.

Sono nuovamente psicologicamente pronta per vedere topi, so già che succedere, ma allo stesso tempo sono contenta di rivedere scoiattoli, so già che succederà anche questo.

Ancora una volta resto meravigliata di come bastino pochi passi per ritrovarsi immersi nella natura e non sentire tutto il caos, ed i rumori che affollano questa metropoli.

La nostra passeggiata per Central Park non segue regole precise, ci stupiamo ad ogni angolo, è strano ma la sensazione che mi trasmette questo posto visitandolo a piedi sono completamente diverse rispetto a quelle trasmesse quando sono venuta con la bicicletta.

Proseguiamo la nostra giornata con un po’ di sano shopping, souvenir pochi, i prezzi non sono sempre accessibili e poi non abbiamo ancora trovano 99 cent, lo troveremo domani o forse dopo, insomma per adesso ci accontentiamo.
Pausa pranzo in relax e via, di nuovo a passeggio per visitare la città.

Sbirciando la guida e la cartina della metro scopriamo che la funivia per Roosvelt Island è vicinissima a noi.

Bene, oggi giornata naturalistica.

Prendiamo la funivia ed atterriamo su questo isolotto, scopriremo poi che è popolato da ospedali soprattutto psichiatrici, che non è una meta molto turistica, che in giro ci sono più pazzi rispetto che dall’altra parte del fiume.

Bene, ma non benissimo.

Ceniamo e torniamo in hotel, anche oggi abbiamo scoperto qualcosa, anche oggi siamo a pezzi, anche oggi siamo soddisfatte.

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AMERICA.10.

Nuovo giorno, nuovo quartiere, nuovo tour.

Questa volta ci siamo affidate ad un altro tour, ma non è stato proprio bellissimo, mi aspettavo di poter visitare meglio alcune parti della città ma così non è stato.
Ecco perché appena ci è stato proposto di scendere a Brooklyn e concludere lì il nostro tour non ci siamo fatte scappare l’occasione e via, di nuovo a piedi.

 

Del Bronx non posso dire molto, a parte i due graffiti, che sinceramente mi aspettavo più grandi e molti di più non ho visto molto.

So che c’è uno zoo, so che è abbastanza grande ed importante, ma non l’ho visto.

So che ci sono delle gang abbastanza pericolose, ma non le ho viste.

So che c’è uno stadio di baseball costruito sulle ceneri del vecchio, ma l’ho visto solo da fuori.

Insomma, so poco e niente, la nostra tappa è stata fin troppo turistica, fermi in un mercato a bere un caffè ITALIANO, buono sì, ma è finita qui.

Del Queens ricordo che la zona del mio hotel era completamente diversa, in fase di costruzione, il vecchio con il nuovo.

Siamo passati dalla parte ricca, dove Trump, si ancora una volta ed ancora lui, ha un sacco di cose, il campo da golf più grande, la villa più grande, e insomma, questa parte del quartiere è quella ricca, hai presente quando in televisione vedi quelle case di cemento senza recinzioni, con gli alberi davanti e la barca attaccata al pick up? Ecco, la zona era così.

Bella, ma vista dal pullman.

L’ultima tappa è stata il ponte di Brooklyn.

La fase d’estasi è durata parecchio tant’è che abbiamo subito perso il gruppo e deciso di proseguire da sole, abbiamo fatte mille e centouno foto, abbiamo visto osservato guardato l’empire incorniciato dal nuovo ponte, abbiamo letto nella guida la storia, abbiamo cercato l’accesso e siamo salite sul ponte, questa parte della giornata è stata fantastica.

Caldo pazzesco, emozioni uniche, ancora una volta, distrutte torniamo in hotel.

Passi del giorno 20936