MARTA AL COWORKING

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Si chiama COW, non so il perché abbiano scelto questo nome. Non ho – ancora – indagato bene.

Ci sono tante persone diverse tra loro con un obiettivo comune – lavorare in santa pace e collaborare.

Sembra facile.
Non sembra un ufficio qualunque, perché il tavolino esterno è una figata pazzesca.

Eh niente.

Sono andata per la prima volta al coworking per fare la mia giornata di prova.

Ti è piaciuto? YESSA.
Ci tornerai? YESSA.

L’idea mi stuzzicava da un po’. Dovevo solo trovare il tempo materiale per provare a vivere l’esperienza del coworking.
Mi capita di passare da un’agenzia web, ma la situazione è differente.

In entrambe le situazioni si lavora con una mission comune, ma non so spiegare, è proprio diverso. Bello, in tutti e due i casi, bello, davvero.

Sono entusiasta. Questa nuova avventura mi sta davvero emozionando.
Scrivo perché hanno scelto me. ME. Il resto si vedrà, per ora scrivo e pian piano mi specializzo, imparo, studio, leggo.

Dove?
Mi divido. tra coworking e agenzia.

BELLA Lì! 🙂

Metafora: come evitare becere figure

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Negli ultimi tempi tendo a definirmi come:

Una lavagna bianca pronta ad essere scritta/colorata/pasticciata.

Ora.

La lavagna è fatta di grafite: nera.
E questa è la figura n. 1

Mi piace usare questa metafora quando mi rivolgo a nuovi (potenziali) collaboratori.
Mi piace definirmi così perché voglio dare l’impressione di essere veramente un telo bianco con molte funzioni e poche nozioni, non tanto perché non mi piaccia studiare, quanto perché se devo scegliere, preferisco partire da circa meno quasi zero e costruire, ogni volta.

Qualche sera fa stavo parlando con un mio amico.

Dopo qualche birra, io non guidavo.
E sì, ho iniziato a bere birra come se non ci fosse un domani, ma il domani arriva e lì sono problemi, ma arriva “domani”, quindi non pensiamoci oggi, no?

Dicevo.

Con il classico approccio da uomo mi ha detto:
“Cazzo però – rafforzativo per la minchiata successiva -, la lavagna è di grafite nera o grigio scuro, dipende dal riflesso del sole…

(E io già qui mi ero persa)

Definirti una lavagna bianca, su cui scrivere la qualunque.
Marta! Anche no.”

Anche no perché:
– Per il mio amico è come fare un chiaro riferimento sessuale, e se davanti a te hai una persona un po’ così gli parte il trip.

  • Non sei una lavagna bianca, perché la lavagna è per forza di cose NERA, dove sei andata a scuola?!?

Ecco.

Ciò pensato, LUI HA PERFETTAMENTE ragione.

(Se stai leggendo stampa questo stralcio e attaccalo sui muri – se permesso, chiaro! – perché sai che non lo ripeterò MAI!)

E niente.
Nel pieno rispetto delle mie facoltà mentali ho deciso di definirmi una lavagna bianca (pronta da scrivere) anche oggi.

A me piace così.

 

 

E ADESSO Dì DI NO!

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Allora.

Non puoi dire che no, non ce la fai, c’hai provato?

Non inventare scuse, non accampare menzogne, insomma, non dir minchiate!

Se vuoi, puoi!

Non ci credi? Provaci!

Sto vivendo sull’onda dell’entusiasmo, ecco perché ho scelto questo argomento e l’ho sviscerato in questo modo.

Io voglio, non so se posso, ma io ci provo!

PILLOLE DI FELICITÁ #38

Ultimo capitolo di questa storia.

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RIPARTIRE DA ZERO

Il cercapersone cominciò a squillare con insistenza ma ci vollero parecchi secondi prima che Ferenc potesse tornare con la mente sulla terra e ricordarsi di essere reperibile. Scese al volo dall’autobus prima che partisse e varcò correndo l’ingresso dell’ospedale, gli ci vollero solo dieci minuti per entrare in sala pronto per operare.
Il cuore quasi gli si fermò quando si accorse che in quel letto, in arresto cardiaco, c’era proprio la sua Lucia. Ebbe qualche secondo di panico di cui si accorsero anche i suoi assistenti in attesa di sue istruzioni, poi si fece coraggio e più determinato che mai guidò l’intervento.
I minuti sembrarono ore e la concitazione fu massima finchè Ferenc si tolse i guanti e gettandoli a terra si allontanò mentre un suo assistente ripeteva la frase di rito: “ora del decesso…”.
Seduto e tremante dall’ansia Marco vide Ferenc uscire dal reparto con la tuta ancora sporca di sangue. Sembrava avere lo sguardo assente. Si fece coraggio, si alzò dalla sedia e andò a chiedere notizie. Ferenc vide un uomo andargli incontro e parlargli ma lui non capiva e sentiva nulla. Chiuse gli occhi, scrollò la testa, li riaprì e mise a fuoco. Lo riconobbe subito, come non avrebbe potuto? E rispose nell’unico modo che in quel momento gli era possibile, colpendolo al volto con un potente quanto inatteso pugno ben assestato. Marco cadde a terra, il naso e la bocca che sanguinavano copiosamente, e non provò nemmeno a rialzarsi.
Ferenc tirò dritto come se non fosse successo nulla, passò in mezzo al gruppo di persone che si erano accalcate numerose incuriosite da ciò che era successo, e si diresse verso l’uscita. Una volta fuori si strappò di dosso la tuta e contro ogni regola la buttò in un cassonetto qualunque:
Come se mi importasse più qualcosa!
mormorò.
Salì dunque sull’autobus e si diresse verso casa con la mente piena di pensieri e soprattutto di domande. Sarebbe tornato a lavoro tra qualche giorno, a consegnare le sue dimissioni, del resto non lo avesse fatto avrebbe comunque ricevuto la lettera di licenziamento dopo ciò che era successo.
Ma non aveva più senso, niente aveva più senso. Aveva dedicato tutta la sua vita al prossimo, a salvare la vita di sconosciuti e poi aveva fallito quando era stato il turno di quella a lui più cara.
Cosa avrebbe fatto adesso? Che cosa ne sarebbe stato di lui? Questo ancora non poteva saperlo, l’unica cosa che sapeva era che avrebbe ricominciato tutto dall’inizio, avrebbe cambiato le priorità della sua vita e avrebbe cercato di essere felice, se mai ci fosse riuscito.

Ed è quando stai vivendo l’apice della felicità che ti ritrovi a vivere momenti di tristezza acuti. E’ una lotta interiore, resti ancorato al passato, con le sue abitudini e certezze o ti butti a capofitto nel futuro con tutti i rischi del caso?

Scegliere se essere felice per la nuova nascita o rispettare il dolore per la perdita dell’amica d’infanzia, non esiste una risposta giusta.
Ci sono legami che nel corso della vita cambieranno forma, ma non smetteranno mai d’esistere.

 

E con questo capitolo si conclude la storia scritta a quattro mani con NEOGRIGIO

PILLOLE DI FELICITà: NON è CIò CHE SEMBRA

 

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Nuovo giorno, nuovo capitolo… Scritto in collaborazione con NEOGRIGIO

TRE GIORNI DOPO.

“Lucia! Deivi pur uscire e cambiare aria!” “No non posso, metti che torna Ferenc, o peggio ancora, metti che mi stia spiando da qualche palazzo qui intorno, e aspetti solo un mio passo falso, non posso uscire, devo parlare con lui, devo chiarire con lui, e tu smettila di cercarmi! Altrimenti se ci vede chissà cosa pensa…”

“Sei una pazza paranoia!” “Io, tu!spargi seme a destra e sinistra come se non ci fosse un domani, parli di sentimenti che neanche conosci e la pazza paranioca sono io?Sentimi bene ragazzino! Smettila di tormentarmi! Io non voglio una storia con te.” “Io e te siamo legati dal filo rosso.” “Si, hai detto bene, e non mi venire troppo vicino, altrimenti il filo s’allenta ed io ho l’occasione per strozzarti!” “Ahi!ahi!ahi! Il ciclo questo mese è un problema, eh?”

“Sei tu il problema!Razza di idiota!”

NEL FRATTEMPO FERENC

“No mamma, non ci torno in città, voglio stare qui, in campagna con voi”

“Ferenc, parlane con me, cosa ti è successo? Non è possibile che tu abbia voglia di stare qui in campagna con noi, era il tuo sogno andare a vivere in città, volevi staccarti dalla routine contadina, volevi allontanarti da..da.. Com’è che si chiama? AH! Lo sai che è tornata al paese? Mi è sembrata di vederla qualche giorno fa giù al forno quando sono andata a prendere il pane.”

“Mamma, ti prego.”

“No, ma che c’entra? Te l’ho detto così, solo per darti un’alternativa, per poterti permetterti di parlare con qualcuno che ti conosca bene ma non sia un famigliare, ha anche un figlio, ma niente uomini al suo fianco.”

“Bene mamma, le hai fatto il terzo grado?” “Ma no! E’ ta

accidentalmente caduta la borsa, lei si è fermata e mi ha aiutato. Poi si è offerta di accompagnarmi al negozio ed abbiamo parlato del più e del meno, ha parlato quasi sempre lei, aveva bisogno di sfogarsi, ah!Un’altra cosa, un giorno di questi viene a farmi conoscere suo figlio, vuole fargli scoprire le sue radici, bello vero?” “Bello sì.”

“E tu invece? MI dici perché sei scappato dalla città?Lucia?Come mai non ti chiama? Avete litigato?” “Dai mamma. Per favore!”

“Ehi! Voi due!!!Ci sono visite! Forza, lasciate la veranda e venite di qua!!!”

“Ferenc?”

“Si. Tu sei?”