LA PRIMA VOLTA. FIRST TIME. PRIMERA VECES.

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Io così. Senza parole.

Ho vissuto un’altra prima volta.

Non è un contro senso, non è che non posso vivere per la seconda o terza volta una prima volta.

No, non mi sto incartando, o forse sì?

Comunque.

In preparazione dell’avverarsi del mio prossimo sogno, ho deciso d’iniziare a svolgere alcune attività autonomamente.

Per la prima volta nella mia vita sono andata al cinema da sola.

E non mi sono sentita fuori posto, fuori luogo, fuori tempo.

Certo, a parte quei due vecchietti cazzuti che hanno occupato il mio posto, e dopo che l’ho fatto notare la “sciura” risponde:

“I numeri sono segnati su tutte le poltrone, non solo su queste…”

“Certo, e sa a cosa servono? Ad evitare di sedersi nel posto sbagliato! E le dirò di più, la lettera che trova davanti al numero sul suo biglietto, non è un errore, indica la sua fila, che no, non è questa.”

“Quindi?”

“Quindi adesso si sposta (avrei voluto aggiungere alza le sue chiappe flaccide e se ne va.”

“Che maleducati questi giovani.”

“…”

Non ho risposto, ho lasciato perdere, per nulla al mondo mi sarei rovinata questa prima volta.

E poi succede che a metà film questi se ne vanno perché “troppo volgare”.
E poi succede che il nonnetto dimentica la sciarpa.
E poi succede che devono aspettare la fine del film per rientrare perché mancava poco meno di mezz’ora ed eravamo quasi alla fine.
E poi succede che sento la sicurezza dire: “É inutile che insistete, finché la sala non si è svuotata non potete entrare, per cortesia fatevi da parte che vi avviso io.”

Sorrido. Così giusto per e penso alla morale del film.

QUANTI OSCAR?

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Bah. Sarà che io di film c’ho sempre capito poco o nulla.
Sarà che io di grafica, design, sceneggiatura… Insomma, di tutte queste robe qui, non è che ne vada particolarmente ghiotta.
Forse ho un bug culturale, grande, molto grande.

Sono andata a vedere “La forma dell’acqua” e sono uscita con un “mah!”

Ho pensato alla morale.

Nulla da dire verso i protagonisti, trasmettere emozioni a normodotati senza usare la parola non è per niente semplice, e secondo me, ci sono riusciti.

Delineare una linea, non troppo sottile, tra il buono e il cattivo. Anche questo è stato fatto.

Riconosco un sacco di meriti a questo film, ma no, non lo considero un capolavoro.

Io per quanto poco ci possa capire.

É una storia d’amore, o meglio.

É la dimostrazione di quanto l’amore vinca su tutto, sempre e a prescindere.
L’ Amore non è per niente qualcosa di scontato, lo si deve conquistare, ma una volta avuto ecco, tutto cambia e gli ostacoli si superano.

Forse è considerato un capolavoro perché tratta di un argomento detto e stra detto?

Forse esprimono la morale in una maniera particolare?

Non mi capacito di tutti i premi, però se sono stati riconosciuti ci sarà un motivo, che a me resta ignoto.

Sì, bello, ma non bellissimo.

THE POST

Film, eccchefilm.

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Mi aspettavo una protagonista che tirasse fuori le palle fin dall’inizio, e invece no.
Ha tirato fuori il carattere solo alla fine, QUANDO C’ERA DAVVERO BISOGNO.
La storia la conoscevo, a grandi linee, frutto di qualche refuso storico immagazzinato chissà quando, il punto di vista di LEI, la protagonista, invece l’avevo sempre ignorato, mai preso in considerazione.

Una donna che (nonostante l’epoca) si è trovata, in seguito ad una serie di coincidenze tristi, a capo di un’azienda.
Per i più doveva essere ( e restare) la donna di casa, intricata tra faccende domestiche e figli da crescere, invece lei no. Lei dirige un giornale, non uno qualsiasi ma il Washinghton Post.

Insomma.

Come nelle migliori aziende il leader deve prendere decisioni che potrebbero causare reazioni e conseguenze anche su chi sta sotto di lei.
La pressione è alta, le scelte sono inerenti argomenti spinosi, scottanti, la guerra del Vietnam, mica robina, ma roba grossa.

Ecco. Lei ha fatto una scelta, davanti alla sua sliding door (che non per forza di cose dev’essere una scelta d’amore) sceglie di rischiare.

Se fossi un uomo direi che ha tirato fuori le palle, ma sono una donna e dico che si è rivoltata l’utero e ha iniziato a far girare le ovaie in senso contrario, (a molti, non solo ad alcuni).

Perché è così che funziona il mondo, DEVI DIMOSTRARE CORAGGIO, se rischi puoi (anche) vincere.
Lei ha vinto, e no, non è mai troppo tardi.

Se non ti ho ancora convinto, ti dico che troverai una Meryl Streep da lacrima facile e un Tom Hanks che ti farà pensare… “Ahperò! Chefffascino!!!”

FILM, GATTO e TANGENZIALE

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É tutto vero.

Tutti ciò che viene raccontato.

Eccolo, un film che fa riflettere poi, ridere prima.

Perché in fondo sta tutto lì, nei punti di vista.

Questo film l’ho visto la settimana dopo di Natale, in fase di sconforto per mille motivi, scelgo di andare al cinema.

Voglio un film che mi faccia ridere, che sia divertente, che non sia troppo “pensoso”.

Ecco.

Questo è perfetto.

L’ Amore dura come “un gatto in tangenziale”.

La felicità dura come “un gatto in tangenziale”.

La disperazione dura come “un gatto in tangenziale”.

Questo è il succo del film, intorno ci sono mille e uno personaggi che raccontano, spiegano, simboleggiano, le fasi salienti della vita, della giornata.

A me è piaciuto, mi ha lasciato quel non so ché di dolce amaro che non guasta mai.

PETER PAN

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Peter Pan è sempre stato il mio cartone animato preferito.

Visto e rivisto in ogni forma, da cartone animato a film stile disneyano.

Ora.

Io l’h sempre amato, non c’ un motivo particolare, non c’è un perché preciso conciso e puntuale, mi piaceva, e basta.

Che poi non è tanto Peter Pan con quella tutina verde e quel capellino alla pescatora ad attirarmi, quanto Wendy.

Certo, magari le avrei fatto indossare un altro pigiama, ma sono gusti personali.

Wendy, lei, o meglio l’altra perché Trilly, ha sempre avuto la meglio, fino a quando il menage a trois si è definitivamente insediato.

E già qui, avrei dovuto capire tutto.

Questo è un segno premonitore del quale mi rendo conto con il senno del poi.

Nella vita incontrerò ragazzi che preferiranno una relazione affollata ad una monotona monogamia, certo peggio sarebbe stato se mi fossi innamorata della favola di
Biancaneve. Una vita a sfaccendarmi tra sette nani malefici, piuttosto che Cenerentola, fare la sguattera per le sorellastre brutte anche no.

Ma.

Poi dicono che l’ infanzia non lascia un segno indelebile in ognuno di noi.

Il mio colore preferito è il verde, con il senno del poi capisco da dove nasce, con una motivazione più profonda mi hanno detto che, il verde è simbolo di speranza, ed io sono speranzosa, anche quando non dovrei.

Peter Pan con Wendy e tutta la compagnia volava di tetto in tetto, io no, non volo, ma mi piacerebbe tanto provare, anche se non credo di essere tanto agile da poter fare parkour, probabilmente resterei in vacanza obbligata in qualche clinica a curare le fratture prima e la testa poi.

Forse è vero che la soluzione di tutto sta nell’infanzia, del resto analizzare con il senno del poi è più facile,no?