Metafora: come evitare becere figure

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Negli ultimi tempi tendo a definirmi come:

Una lavagna bianca pronta ad essere scritta/colorata/pasticciata.

Ora.

La lavagna è fatta di grafite: nera.
E questa è la figura n. 1

Mi piace usare questa metafora quando mi rivolgo a nuovi (potenziali) collaboratori.
Mi piace definirmi così perché voglio dare l’impressione di essere veramente un telo bianco con molte funzioni e poche nozioni, non tanto perché non mi piaccia studiare, quanto perché se devo scegliere, preferisco partire da circa meno quasi zero e costruire, ogni volta.

Qualche sera fa stavo parlando con un mio amico.

Dopo qualche birra, io non guidavo.
E sì, ho iniziato a bere birra come se non ci fosse un domani, ma il domani arriva e lì sono problemi, ma arriva “domani”, quindi non pensiamoci oggi, no?

Dicevo.

Con il classico approccio da uomo mi ha detto:
“Cazzo però – rafforzativo per la minchiata successiva -, la lavagna è di grafite nera o grigio scuro, dipende dal riflesso del sole…

(E io già qui mi ero persa)

Definirti una lavagna bianca, su cui scrivere la qualunque.
Marta! Anche no.”

Anche no perché:
– Per il mio amico è come fare un chiaro riferimento sessuale, e se davanti a te hai una persona un po’ così gli parte il trip.

  • Non sei una lavagna bianca, perché la lavagna è per forza di cose NERA, dove sei andata a scuola?!?

Ecco.

Ciò pensato, LUI HA PERFETTAMENTE ragione.

(Se stai leggendo stampa questo stralcio e attaccalo sui muri – se permesso, chiaro! – perché sai che non lo ripeterò MAI!)

E niente.
Nel pieno rispetto delle mie facoltà mentali ho deciso di definirmi una lavagna bianca (pronta da scrivere) anche oggi.

A me piace così.

 

 

E ADESSO Dì DI NO!

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Allora.

Non puoi dire che no, non ce la fai, c’hai provato?

Non inventare scuse, non accampare menzogne, insomma, non dir minchiate!

Se vuoi, puoi!

Non ci credi? Provaci!

Sto vivendo sull’onda dell’entusiasmo, ecco perché ho scelto questo argomento e l’ho sviscerato in questo modo.

Io voglio, non so se posso, ma io ci provo!

PILLOLE DI FELICITà: EPISODIO 24

EPISODIO 24  UNA MATTINA QUALUNQUE

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  • Ciao Mamma! Si si qui tutto bene. No non ho ancora trovato qualcuno che voglia impalmarmi. Si si tranquilla mangio e dormo. No non ti preoccupare, è tutto apposto. Ok, mamma, ci sentiamo, ora devo scappare. Si mamma, mi copro così non prendo freddo. Ok mamma, ciao ciao cia cia.”

Al mattino è già dura digerire la sveglia, figurarsi la telefonata di una mamma apprensiva.

Basta poco però per riportare Lucia alla realtà. Sente in lontananza un susseguirsi di clacson, rumori che provengono dalla strada. “Oddio. Cosa diavolo sta succedendo?”. Con non poca fatica si avvicina alla finestra dell’ hotel e “Caspita, è proprio vero, il caos cittadino regna sovrano in ogni luogo evoluto.”

Con non poca forza di volontà scende nella hall e con sua grande sorpresa si ritrova davanti Matòs.

  • Ma buongiorno… Cosa ci fai qui?

  • Volevo controllarti più da vicino…

  • E perché avrei bisogno di essere controllata? No, fammi capire, io sono il tuo capo, non è il contrario…”

  • Dai Lucia, non essere così fiscale…Anzi, Capo! Rilassati…Va beh, io vado eh! Ci vediamo più tardi in ufficio…”

Matòs non le da neanche il tempo di rispondere, raccoglie lo zaino che aveva poggiato a terra e se ne va.

Un brontolio allo stomaco le ricorda che è l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. Nella sala della colazione non riesce a smettere di pensare al motivo per il quale Matòs fosse andato lì, la sta veramente controllando? E’ veramente interessato a lei? Crede che ci sia qualcosa di strano, c’è un qualcosa che stona… ma non riesce a capire cosa. L’odore di bruciato la riporta alla realtà, sta bruciando i toast. E’ lì intenta a toglierli dal tostapane quando si sente toccare la schiena e poi rivolgere in un traballante italiano:

  • Buongiorno. Lei è Lucia vero? Io sono la fidanzata del dott. Nemecsek e sono qui per informarla che il prossimo autunno convoleremo a nozze…”

“Oddio no ti prego, questa sceneggiatura l’ho già vissuta”. Cerca di non far trasparire nessuna emozione e risponde con un tono pacato che stupisce prima di tutto se stessa.

  • Beh, e io cosa posso fare per lei? Vuole che venga in chiesa a spargere petali di fiori? Beh, se così fosse le chiedo la cortesia di dirmi in anticipo quali sceglierà perché purtroppo soffro di un’acuta allergia al polline…No aspetti, vuole forse che la aiuti con le bomboniere? Gli inviti? Il menù? Senti, parliamoci chiaro, da donna a donna. Io non voglio portarti via nessuno. Io non ho intenzione di rubarti l’uomo, ferirti, causarti crisi isteriche o chissà cos’altro. E’ stato un caso che mi trovassi lì ieri sera, se non ti ha cercata chiedi a lui il perché e non a me. Detto questo, scusami ora devo andare. Buona Giornata.”

Lucia abbandona con non poca tristezza nel cuore la colazione, raggiunge la camera e si prepara in fretta e furia. Ufficio. Prossima destinazione ufficio. Per strada si sarebbe fermata alla pasticceria lì accanto e si sarebbe concessa una dose eccessiva di zucchero, era il minimo. Se queste erano le premesse la giornata non avrebbe offerto nulla di buono, anzi.

  • Posso offrirti qualcosa?”

Lucia, intenta ad ordinare un tortino al cioccolato che sembra quasi chiamarla, è sorpresa di rivederlo lì:

  • No. Grazie, sono in grado di badare alle mie necessità myself. Non mi serve il badante. Per favore. Stammi lontano, perché oggi ti scortico vivo, e non lo faccio in una sala disinfettata e con i guanti fino al gomito, lo faccio qui, per strada in mezzo alla gente. Levati di torno.”

DRIIIIIN!

  • Diavolo! Cos’è tutto questo baccano adesso??

Lucia si rigira, allunga la mano verso il comodino con gli occhi ancora chiusi cercando di trovare il telefono! “Oddio..mamma?…ma che ora è?”

  • Ciao Mamma! Si si qui tutto bene…

Scritto a quattro mani con NEOGRIGIO

PILLOLE DI FELICITà: CARISMA!

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EPISODIO 20:

SCRITTO A QUATTRO MANI. LE MIE E QUELLE DI NEOGRIGIO

Alto leggermente abbronzato, un maglioncino di lanetta che poco lasciava all’immaginazione, occhiali eleganti, Lucia si accorse di ammirare la camminata sicura del suo collega mentre si dirigeva verso di lei.

“Per me è gay”. Lucia s’immaginò la scena vissuta in terza persona, immaginò la voce fuori campo della sua vecchia barista preferita che spesso azzeccava i gusti sessuali dei papabili single: “Dai Lucia, questo è troppo curato, guarda le sopracciglia, no ti prego! Ha il lucidalabbra? Dai! Ci manca il rimmel e la cipria…Sicuramente dopo il lavoro va a fare il travestito in qualche locale di periferia…”

“Allora sig. Weisz. Come ben sa sono Lucia Saetta, la vostra nuova responsabile, ma non abbiamo il tempo per le presentazioni adesso, abbiamo un compito da portare a termine nel più breve tempo possibile. Mi raduni la squadra entro quindici minuti. Ne parleremo tutti insieme.”

Dieci minuti dopo Lucia stava già spiegando al gruppo il lavoro da svolgere. In inglese, aiutata a volte dal poliglotta Matos. “Dovete entro le 14.30 consegnare i bozzetti in modo da essere io pronta alle 15.00 per la riunione. Tutto chiaro? Bene, mettiamoci al lavoro!”

La squadra tornò alle proprie postazioni. Ognuno iniziò a lavorare a capo chino sulla propria idea, a volte si consultavano in piccoli gruppi, sempre silenziosamente, solo Lucia non riusciva a concentrarsi. Immersa nei propri pensieri si ritrovò a guardare il brulicare di persone che camminavano lungo il marciapiede trenta metri sotto di lei.

“Accidenti! Mancano dieci minuti e non ho nemmeno un’idea…”

Il suo interesse fu catturato da una moto che stava parcheggiando sul marciapiede esattamente davanti all’ingresso della ditta.

“Certo che anche qui l’educazione è un optional…No alt! E questo? Da dove diavolo salta fuori?” Capello sbarazzino, occhiali da sole e mascella marcata, era proprio sicura non fosse Ridge Forrester? In fondo anche lui si occupava di moda. Eccolo entrare proprio in azienda…

“Idea!”

Lucia si fiondò al pc cercando immagini che raffigurassero l’ingresso dell’ ospedale del cliente. Notò che in ogni foto c’era un simbolo, una colomba.

“Una colomba…” pensò ad alta voce, e proprio in quel momento si accorse che Matos stava avvicinandosi alla scrivania, aveva in mano tutti i bozzetti, le idee partorite dal team in quel poco tempo.

“Perfetto! Questo mi piace! Verde, colore della speranza, la colomba, simbolo della struttura ospedaliera. Questo lo tengo di scorta.Questo no, non mi piace.” Lucia spulciò tra le varie proposte del team. Appena finì di ringraziare la squadra sentì nuovamente quel fastidioso ronzio emesso dal cassetto.

“Lu…grrrrr è pro….grrr….a??”

“Si, sto arrivando!”

Lucia entrò nella sala azzurra guardinga, con le bozze ben strette in mano. Il direttore la vide e le fece subito cenno di avvicinarsi. Il cliente intento a parlare al cellulare davanti la finestra le dava le spalle. Riattaccò girandosi.

“Dott. Puscas, Le presento la nostra nuova responsabile marketing, Lucia Saetta, è appena arrivata dall’Italia”

“Dott.ssa Saetta! Che piacere rivederla…” disse sorridendo il dottor Puscas.

“Nemecsek?!? Pardon, signor Nemecsek?”

“Si, non si preoccupi mi chiami pure per nome…”

Il direttore rimase perplesso, non capiva cosa stesse succedendo e soprattutto se fosse opportuno intervenire prima che la nuova arrivata, che non stava certo trasmettendo grande sicurezza, facesse qualcosa che avesse potuto far perdere un cliente tanto importante.

“Va bene allora, Nemecsek, permettimi di illustrarti la nostra idea… Abbiamo pensato che la tradizione è parte indispensabile per costruire nuove fondamenta. Ecco perché siamo partiti dal simbolo della tua azienda cercando di evolverci verso raffigurazioni più moderne. Mi spiego meglio. Teniamo la colomba come elemento dominante, utilizziamo il verde smeraldo come colore primario in quanto simbolo di speranza ed inseriamo sullo sfondo la struttura stilizzata, così da non avere uno stemma troppo ricco, ma cerchiamo piuttosto di mantenerlo semplice e d’impatto…Per la divisa delle infermiere soprattutto abbiamo pensato a…”

“Lucia, fermati. Mi stai dando tantissime informazioni ed ancora non ci siamo seduti…”

Lucia era partita in quarta. Eccome trasmetteva sicurezza!

Si sedettero e la presentazione continuò in maniera più approfondita servendosi anche di diversi esempi raffigurativi buttati giù dal team in fretta e furia.

La riunione terminò un’ora dopo. Uscirono dalla sala tutti molto soddisfatti. Il dottor Puscas si congratulò con Lucia e prima di andare via fissò con lei la data del successivo incontro quando gli avrebbero mostrato l’avanzamento del progetto in base alle idee concordate in riunione.

Il direttore prese sotto braccio Lucia e la scortò fino all’ingresso del suo ufficio, si fermò un passo dopo la porta e rivolto a tutti i dipendenti, intanto alzatisi in segno di saluto e rispetto, disse: “Ragazzi, posso adesso finalmente presentarvi la vostra nuova responsabile, la dottoressa Lucia Saetta, arrivata dall’Italia. Oggi ha dimostrato ciò che può portare la sua esperienza alle nostre attività, vi prego di seguire le sue indicazioni e apprendere dai suoi insegnamenti”

Sorrisi e un piccolo applauso spontaneo accolsero Lucia. Era già finita per quel giorno.

“Un aperitivo di benvenuto? Vi va?” disse a Matos.

Lui guardò gli altri e si girò verso di lei con un sorriso. Era un si. Benvenuta a Budapest

PILLOLE DI FELICITA’: LA CITTA’ DEL SOLE

 

Ed eccoci alla nuova puntata della collaborazione a quattro mani con NEOGRIGIO

Gli episodi precedenti li puoi trovare

Episodio 1 QUI o QUI

Episodio 2 QUI o QUI

Episodio 3 QUI o QUI

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Immagine presa dal web

EPISODIO 4

Lucia fu subito entusiasta di quella sua nuova realtà. La città era per lei un nuovo fantastico mondo da esplorare, e malgrado la voglia matta di scoprire da subito tutte le sue delizie si rendeva conto che forse era meglio non affrettare le cose cercando di gustarsi al massimo ogni piccolo nuovo particolare che scopriva giorno per giorno.

La zia le fece trovare una piccola scatola di scarpe abbellita con della carta regalo.

* Zia, e questa?cos’è?

* È per te, da oggi inizierai una nuova fase della tua vita, dentro questa scatola metterai i ricordi e tutto ciò che ti tiene legata al paese, non puoi andare avanti se prima non archivi il tuo passato.

Era strana la zia, aveva un modo tutto suo per tenere a bada la nostalgia, non per niente era sempre stata definita la più stravagante della famiglia.

* Vedrai, quando ti coglierà sarai impreparata, io ho fatto così per superare la voglia di tornare indietro e con me ha funzionato, funzionerà anche con te, ne sono sicura.

Lucia, anche se titubante, prese la scatola ed andò in camera sua, più per far contenta la zia che per convinzione personale decise di ascoltare il consiglio, scelse con cura il nascondiglio e cosa metterci dentro. Frugò nel portafoglio e pescò il post-it di Marco, lo guardò un attimo con aria riflessiva e pensò che poteva essere quello il primo ricordo della scatola, così, più facilmente di quanto avesse mai pensato, lo ripose dentro.

Erano passati solo due giorni.

Sistemò i vestiti e scelse di andare a fare una passeggiata, sembrava una bella giornata, tra quelle mura grigie e quegli alti palazzoni di città pareva intravedere un cielo azzurro, avrebbe sicuramente trovato un parco dove fare quattro passi, la scuola sarebbe iniziata l’indomani.

Riuscì presto a fare amicizia, soprattutto con i ragazzi del quartiere suoi coetanei e compagni di classe, del resto aveva sempre legato facilmente con l’altro sesso, e poi le sue nuove compagne erano così snob, quasi insopportabili. Correvano e si divertivano, non la discriminavano se a scuola arrivava con delle semplici scarpe da ginnastica e se il sabato sera non indossava i tacchi.

Poco a poco però il suo carisma venne fuori anche tra le ragazze riuscendo a conquistarsi la loro amicizia o quantomeno il rispetto di molte che adesso non la vedevano più come la “campagnola con i jeans da maschio”. Anche Lucia però col passare del tempo cambiò, trasformandosi poco a poco in una tipica ragazza di città, con i suoi vestiti alla moda, le uscite con le amiche, le confidenze a denti stretti. A volte, ripensando ai vecchi tempi delle medie, si rendeva conto di essere cambiata tanto, di essersi trasformata in una di quelle tipiche ragazze che aveva sempre disprezzato, ma non si commiserava per questo, lo considerava il naturale processo di crescita, il passaggio verso l’età adulta.

A Marco invece non ci aveva più pensato, ormai anche gli sms tra di loro si facevano molto più rari e pieni di parole di circostanza. Lucia non lo avvisava nemmeno più quando riusciva a scendere in paese nei weekend, occasioni ormai davvero remote visto che anche i suoi genitori si erano trasferiti in città con la promozione del padre ed il suo conseguente trasferimento alla sede centrale.

Gli anni del liceo passarono tranquilli, felici, pieni di soddisfazioni. I voti a scuola erano ottimi, si era ormai perfettamente ambientata e aveva molti amici. Frequentava corsi di teatro, praticava la pallavolo a discreti livelli in una delle squadre giovanili della città, e poi il cinema, lo shopping con le amiche, che adesso, non poteva crederci, le chiedevano numerosi consigli su come vestirsi, un paio di amori passeggeri, molti pretendenti respinti.

Talvolta faceva capolino un po’ di malinconia, in quei casi scriveva su di un diario tutto ciò che pensava, altre volte invece stava seduta su di una panchina al parco a rileggere ciò che aveva scritto in quei momenti, preferiva leggere le pagine più belle, quelle piene di speranze, sarebbe diventata una grande stilista di moda, era sempre stato quello il suo sogno, almeno in una cosa non era cambiata.

Le superiori stavano volgendo al termine e per Lucia era giunto l’anno della maturità.

Non era ancora iniziato quando lei e i suoi amici decisero, con il consenso dei genitori, di partire per una vacanza subito dopo la fine degli esami, ma dopo l’eccitazione del momento non ci pensarono più molto, l’impegno nello studio si presentava davvero importante ed il pensiero andava spesso al futuro, all’università, a quale facoltà iscriversi.

Era in un parchetto dietro ai palazzi del suo quartiere quando ebbe l’idea di cosa portare come tesina per l’orale, stava leggendo il suo diario e pensò che alla maturità avrebbe potuto portare argomenti che la rappresentassero, lei che arrivava da un piccolo paese ma che sognava di diventare qualcuno di importante. Scelse quindi come argomento principale della sua tesina “Il sole”, il bel sole della sua terra, lo stesso sole sotto il quale si era divertita tutta l’infanzia a correre e giocare per i campi del suo piccolo paese con Marco e gli altri amici, il sole, così importante per i buoni raccolti nei campi, raccolti a cui spesso aveva partecipato con gioia. Il sole le dava anche diversi sbocchi per le altre materie, dai celebri Re francesi, e quindi lo stile architettonico di palazzi come Versailles, alla scissione nucleare, dalla teoria eliocentrica copernicana a “La città del Sole” l’opera filosofica del frate domenicano Campanella.

Buttando giù gli argomenti fu improvvisamente colta da un attimo di nostalgia e per la prima volta dopo molto tempo ripensò a Marco, chissà cosa stava facendo adesso? Chissà se anche lui era cambiato, così come era cambiata lei. Si riprese quasi subito però, non poteva perdere la concentrazione, non adesso.

L’esame fu un successo. Il Presidente della Commissione cercò di verificare la sua ostentata sicurezza chiedendole di parlare della guerra civile spagnola e della figura del generale Franco, una domanda di solito difficile, Lucia però adorava la Spagna e la sua storia, non per niente il famoso viaggio che sarebbe iniziato tra qualche giorno sarebbe stato proprio un tour dell’Andalusia.

Non poteva finire in modo migliore, il massimo dei voti e le porte spalancate su un radioso futuro.