Il no sense che diventa uno sfogo


Alla fine l’ho capito il senso.

Le orecchie sono due. Da una entrano varie ed eventuali informazioni e dall’altra escono.
Talvolta lasciando un segno.
Oggi più che mai senza lasciare traccia.

Il percorso è semplice.
L’informazione vaga nell’etere, arriva, si scontra con il mio orecchio, entra, cerca un cassetto in cui accomodarsi, non lo trova e se ne va.

Ho imparato a chiudere a chiave, doppia mandata, aggeggi anti intrusione inclusi, una serie quasi infinita di cassetti.

Adesso ho detto stop.

Ho detto, sottolineato, spiegato e ribadito quali sono gli ostacoli che incontro.
La risoluzione non è mia diretta competenza.

Il problema sussiste, non viene risolto, la mia problematica è una conseguenza.

L’ostacolo è subdolo, anzi, direi comodo. Lasciare le cose come stanno è più facile.
Bene.
Qualsiasi errore direttamente correlato a questo ostacolo non troverà più spazio nei miei cassetti.

Si chiama spirito di sopravvivenza per taluni.
Talaltri la chiamano rottura irrecuperabile di ovaie.
Scusate il francesismo, ma a sto giro ci vuole.

Sorriso in faccia e vado avanti.

DENTISTA. CHE DOLOR!

Il male. E tutte le armi per combatterlo.

Sono appena uscita.
Sputo sangue da far invidia a Dracula dopo un festino abbondante.
Il dolore è passato, la necessità di rivedere questa figura professionale, purtroppo no.

Che ansia!

Che poi pensavo.
Ieri sera leggevo – non ricordo dove – che se hai avuto un’infanzia difficile, il disagio si trasforma e diventa un problema nella fase adulta.
Ecco.
Il dentista è quella persona che ha vissuto un’infanzia fatta di alti e bassi e sfoga la sua leggera rabbia su di me.

Che poi.

Il mio dentista è bravo.
Lui parla, tu non pensi e di botto. TAC.
Anestesia fatta.
Sbausci, ma lui fa finta di niente, costretto dietro alla maschera di professionalità che lo contraddistingue ti parla come se… Come se… Tu potessi rispondere senza provare un minimo di imbarazzo.

Ma tu no.

Cotone alla mano, fazzoletto come se non ci fosse un domani, rispondi a monosillabi per tentare – almeno – di circoscrivere il tuo leggero imbarazzo.
Ovviamente non puoi negarti dal rispondere, non sono domande di rito, ma mirate ad ottenere una sensazione, che sì, è necessario che tu dica se provi o meno dolore mentre introduce utensili non meglio specificati con un rumore per niente rassicurante.

Tu lì, sdraiata sul lettino, inerme. Imbarazzata e lievemente impaurita.
E poi ci sono io.

Ho iniziato a ridere. Una risata umida, sia chiaro, ma pur sempre una risata.
La mia necessità di parlare e poi ancora parlare ha trovato una barriera difficile da abbattere.
Mi immaginavo imbottita di anestesia e obbligata a parlare.
Ridevo con le lacrime agli occhi. Ma restavo in silenzio, sembrava che stessi soffrendo in realtà il mio subconscio – ancora una volta – aveva trasformato una situazione difficile in momento buffo.
Così facendo ho superato la fase di disagio e timore che da sempre mi caratterizza quando varco quella porta cigolante che preannuncia l’alchimia rumorosa che di lì a poco udirò più da vicino.

Io.
Scema come al solito scappo a casa. Perché non posso sputare sangue, in macchina, da sola e nel frattempo ridere telefono alla mano.
Il mio dentista mi conosce.
Ma i passanti no.




SPAESATA

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Detto da me non suona certa nuovo!
Mi sento perso, e anche se fosse nel vero senso del termine per chi mi conosce potrebbe non essere una novità.

A sto giro però mi sento persa in senso metaforico.

Voglio.
Anzi no, vorrei.

Vivere con le parole. SOLO con le parole.

Mi butto o non mi butto?
Entro a far parte del famigerato mondo delle partite IVA e rischio il tutto e per tutto o resto comoda in uno spazio che non sento più mio?

La mia domanda troverà risposta solo dentro di me. LO SO.
Ma non smetto di cercare, ascoltare e sentire pareri che disinteressati.

Perché esistono anche quelli interessati che dicono “Ma buttati! Chissenefrega!”
Sospetto che non siano detti “Per il mio bene” Ma più per il mio posto. Non lo so, non ho una certezza, e questa cosa mi manda ancor più in confusione.

Sembrava stesse andando tutto per il verso giusto, poi, qualcosa dentro di me si è incrinato.

E se stessi facendo una cazzata?
É questa la frase che sempre più spesso pronuncio a voce alta quando, immersa nei miei pensieri, vengo al lavoro in macchina.

Forse dovrei solo stare più tempo in macchina e trovare il coraggio per dire: “Mi butto”.

Mi farò male?
Eh niente.

Ancora una volta sono sovrastata da dubbi di difficile risoluzione.
Mi sono data un tempo limite.
Dicembre 2019. Entro questa scadenza dovrò aver preso una decisione, o cambio vita o lascio passare ancora una volta il treno.

Che faccio? Mi butto?

 

PASSO DOPO PASSO

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Con il mio Bullet Journal vado che è una meraviglia.
Full color, riempio i giorni con impegni come se non ci fosse un domani.
Evidenzio, elimino, segno come fatto.

Una figata pazzesca.

Ci sto prendendo gusto.
Pensavo che fosse una perdita di tempo, che se già ho poco tempo da dedicare a quello che mi piace fare, in questo modo ne avrei avuto ancora di meno.

Sbagliavo.
Caspita se sbagliavo!

Organizzare il tempo aiuta ad ottimizzare.

Il mantra della prossima settimana, o almeno il mio mantra finché non ne troverò un altro che meglio sposa le mie elucubrazioni mentali.

So good.
Arrivo a sera che riesco ad essere felice di aver dedicato parte, anche una piccola parte della giornata a ciò che mi piace.
Ad una qualsiasi cosa che mi piace.

Depenno, giro pagina e vado avanti.

Chissà quali avventure mi aspettano domani!

 

IO mi auguro.

Ho deciso di farmi un regalo.
In realtà in questi giorni mi sto facendo parecchi regali, ma questo è frutto della consapevolezza.

Io che mi addormento davanti ad un film.
Io che piango con la qualunque. Sì anche con quelli che sembrano palesemente divertenti io piango.
Io che.
Io
Io
Io
È tempo di buoni propositi, o forse solo propositi.
Per il nuovo anno ho deciso di non fermarmi agli stereotipi, di superare i pregiudizi, di affrontare le mie debolezze.
Una per volta.
Per prima cosa nella mia lista dei desideri ci voglio essere io e soltanto IO.
Sbaglio? Forse, ma prima ci devo provare.

Ecco.

Sono andata al cinema, doveva essere un film divertente, la scelta è stata – per compatibilità di orari – BOHEMIAN RAPHSODY.

Certo. Niente a che vedere con l’idea di partenza, ma del resto è quasi sempre così. Tu parti con un’idea e poi le circostanze la stravolgono.

Ecco.

Uscita dal film, è inutile dire con gli occhi gonfi in stile panda, mi sono resa conto che io di Freddy Mercury non sapevo un accidenti.
L’ho giudicato senza sapere.
Mi sono fermata, letteralmente, perché dovevo finire la sigaretta e ho pensato a quante volte ho sputato sentenze senza sapere.
Ho sbagliato. O forse queste esperienze mi sono servite per diventare la cazzara che sono oggi.
Non so, può darsi, o forse no.
So soltanto che è giunta l’ora di fare una curva, scelgo di mettere al primo posto della mia scala del valori IO E SOLTANTO IO.

Ecco.
Ah! Il regalo. Che mi sono fatta è un’agenda, dove tenere traccia dei miei progressi, dove svuotare il mio cassetto dei sogni, dove organizzare quello che – MI AUGURO – voltandomi indietro il trentuno dicembre duemiladiciannove dirò: ERO e NON SONO PIÙ.

Bell’idea?!?