DENTISTA. CHE DOLOR!

Il male. E tutte le armi per combatterlo.

Sono appena uscita.
Sputo sangue da far invidia a Dracula dopo un festino abbondante.
Il dolore è passato, la necessità di rivedere questa figura professionale, purtroppo no.

Che ansia!

Che poi pensavo.
Ieri sera leggevo – non ricordo dove – che se hai avuto un’infanzia difficile, il disagio si trasforma e diventa un problema nella fase adulta.
Ecco.
Il dentista è quella persona che ha vissuto un’infanzia fatta di alti e bassi e sfoga la sua leggera rabbia su di me.

Che poi.

Il mio dentista è bravo.
Lui parla, tu non pensi e di botto. TAC.
Anestesia fatta.
Sbausci, ma lui fa finta di niente, costretto dietro alla maschera di professionalità che lo contraddistingue ti parla come se… Come se… Tu potessi rispondere senza provare un minimo di imbarazzo.

Ma tu no.

Cotone alla mano, fazzoletto come se non ci fosse un domani, rispondi a monosillabi per tentare – almeno – di circoscrivere il tuo leggero imbarazzo.
Ovviamente non puoi negarti dal rispondere, non sono domande di rito, ma mirate ad ottenere una sensazione, che sì, è necessario che tu dica se provi o meno dolore mentre introduce utensili non meglio specificati con un rumore per niente rassicurante.

Tu lì, sdraiata sul lettino, inerme. Imbarazzata e lievemente impaurita.
E poi ci sono io.

Ho iniziato a ridere. Una risata umida, sia chiaro, ma pur sempre una risata.
La mia necessità di parlare e poi ancora parlare ha trovato una barriera difficile da abbattere.
Mi immaginavo imbottita di anestesia e obbligata a parlare.
Ridevo con le lacrime agli occhi. Ma restavo in silenzio, sembrava che stessi soffrendo in realtà il mio subconscio – ancora una volta – aveva trasformato una situazione difficile in momento buffo.
Così facendo ho superato la fase di disagio e timore che da sempre mi caratterizza quando varco quella porta cigolante che preannuncia l’alchimia rumorosa che di lì a poco udirò più da vicino.

Io.
Scema come al solito scappo a casa. Perché non posso sputare sangue, in macchina, da sola e nel frattempo ridere telefono alla mano.
Il mio dentista mi conosce.
Ma i passanti no.




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