Una storia come tante.

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Immagine presa dal web

Matteo.
Matteo ha 13 anni, 2 mesi e 29 giorni.
Ogni mattina il suo orologio Casio, regalatogli dallo zio paterno al compleanno, suona alle 6:45 precise. Il tempo per lui è importante. Una cosa che lo fa star bene, sapere sempre – precisamente – che ore sono.
Si alza, lava i denti, con metodo, aziona il cronometro, 120 secondi è il tempo che passa  a frizionare lo spazzolino comprato il primo giorno del mese, ogni mese ne usa uno, è una sua fissa, ma l’igiene orale per lui è importante, insieme alla puntualità è un’altra cosa che lo fa sentire bene.
A dir il vero, Matteo fa tutto con metodo.
Poi la colazione. Ogni due sorsi un morso al biscotto, cioccolato bianco e nocciole, sono gli ultimi rimasti fatti dalla nonna, manca poco alla prossima visita, una rapida occhiata al calendario appeso alla parete sopra il tavolo della cucina gli ricorda che la prossima domenica andranno a trovarla, così potrà far man bassa di dolci.
Ore, 7:25, torna in camera, uno sguardo all’armadio, i vestiti sono pronti sul letto fatto, è passata la mamma mentre lui faceva colazione. Si veste, jeans e maglietta, scende in salotto, indossa le scarpe con gli strappi, detesta le scarpe con i lacci, detesta le corde in generale.
Ore 7:35 in macchina, allaccia la cintura solo dopo aver posizionato lo zaino sul sedile posteriore, è diventato grande, adesso può stare seduto sul sedile davanti, vicino alla mamma, sul sedile che solitamente è destinato a lei, soprattutto durante la terza domenica del mese, quando tutta la famiglia va a trovare la nonna materna.
E’ ora di partire, la mamma lo accompagna a scuola.
Lui sa che è così da sempre.
Si sente protetto in queste abitudini consolidate, nulla può essere fuori posto, pena una crisi isterica.
Ore 07:55 la mamma si ferma davanti alla scuola, nello spazio bianco, dietro a quello dei disabili.
Matteo scende dalla macchina, con calma scarica lo zaino e si avvia verso l’ ingresso, chiude la portiera, si gira, un cenno di saluto alla mamma e s’incammina.
Matteo vede il mondo intorno a se in maniera sfocata, come se fosse un mondo animato dai rumori. Eppure quel giorno le pupille si dilatarono come diaframmi di un obiettivo. Lei è Gloria.
Qualcosa sta destabilizzando l’ equilibrio

-Ciao Matteo, buongiorno! Ehi Matteo! aspettami.
Matteo continua a camminare verso l’ ingresso, si sta irrigidendo, qualcosa nel suo schema mentale è andato storto, ma è una sensazione rispetto a quando cade una posata a tavola, rispetto a quando inciampa nelle stringhe di suo fratello, rispetto a quando trova il bagno occupato, la sera dopo cena. E’ una sensazione strana diversa.

-Ciao Matteo, perché non mi hai aspettata?
Lucrezia, l’insegnante di sostegno, gli prende la mano, Matteo alza per la prima volta nella giornata lo sguardo verso quella ragazzina, che nella ressa dell’ingresso le è di fianco, accenna un sorriso.
Rallenta il passo e si tranquillizza, entrano in classe insieme.
Lucrezia, Matteo e Gloria.

Ma Gloria non vede lui. Lei vede il mondo come un caleidoscopio a colori flou ed alla moda. I suoi ormoni scalpitano e ha voglia di sorrisi. Di sorrisi e di occhiate. Quelli dei ragazzi più grandi. Matteo le passa accanto, come un fantasma. Lui ben attento al suo spazio personale. E l’unica persona che può attraversarlo è Gloria. Invece sente la mano dell’insegnante di sostegno che lo prende e lo porta fuori, per le attività della giornata.

Poi Matteo inizia a sentire l’ansia che l’attanaglia, che gli stringe il cuore, non riesce più a controllarsi. Il rumore degli altri ragazzi lo atterrisce. Inizia a gridare, vuole correre, scappare via dall’ansia. L’insegnante lo trattiene stringendogli un braccio con molta forza, Matteo si dimena ma non riesce a liberarsi da questa morsa.
Matteo non sente quel che dice l’insegnante. Sente solo il suo cuore sotto pressione. Come un cavallo che corre nell’anima.

Passano le ore, veloci e vuote per alcuni, dense di informazioni per altri. Matteo è molto agitato, muove gli occhi tra l’insegnante e l’orologio. Se il tempo scorre vuol dire che tutto va bene. Sarebbe un disastro vivere senza la sicurezza che passa. Nel mentre sente la voce di Gloria:
– Che c’hai paura di far tardi che guardi sempre l’ora?
Matteo è sorpreso. Una cosa inaspettata. Inizia a chiudersi nel suo silenzio anche se non vorrebbe. Ma l’ansia ritorna, come un uomo nero. Non dice nulla.
L’ansia è evidente perché inizia a giocherellare con le mani e a muovere le gambe. L’insegnante cerca di tranquillizzarlo, ma nel farlo lo urta inavvertitamente, un piccolo gesto che scatena la sua ira.
Lancia tutto ciò che trova sul tavolo, pensa di farlo, ma esteriormente non lo fa.
Gloria insiste, inconsapevole di essere la causa-effetto di quella reazione che Matteo non riesce più a trattenere:
– Che sei muto? Ma mi senti?
Matteo non riesce più a guardarla, inizia a tremare sempre più forte.
Arriva un altro ragazzo e Gloria vola via.
Come volano via le farfalle.
Leggere che volano e poi battono contro i vetri.
Matteo vorrebbe dirle di fare attenzione. Che quel ragazzo è un altro vetro. Invisibile e per questo più pericoloso. I muri si vedono. Quel che pensano le persone no. I pensieri son come vetri, che ci possono tagliare.

Matteo resta da solo. Come quando sta da solo a casa per tanto tempo. Allora lui guarda l’orologio perché sa che il mondo non si è fermato. Anche se il mondo gli parla lui non puoi ascoltarlo. Può solo leggere dai cristalli liquidi del suo orologio che ore sono.
Allora chiude gli occhi e si mette col viso a terra.
Il pavimento è freddo. Lui immagina che è una farfalla che vola nel vento. Vola da Gloria.
Quello era il giorno più bello. Un giorno come gli altri. Ma la farfalla chiamata Gloria aveva parlato con lui, con chi è inutile parlare. E lui ora era una farfalla.
I bambini autistici sono come bruchi. Possono essere farfalle solo per chi li sa ascoltare. Solo per chi si accorge di loro. Di queste silenziose crisalidi.
Siamo falene attratte dalla luce. Tutto quel che brilla ci attrae.
La sera, al rientro, la madre ha una lettera da parte della scuola. A cena Matteo comprende che l’Istituto ha convocato la madre per delle comunicazioni.
Ma il suo chiodo fisso resta Gloria. Canticchia il motivo della canzone omonima di Tozzi e la mamma gli mette in playlist sul pc di casa proprio quella canzone. Le note sono emozioni. Matteo si sente eccitato e corre cantando. E’ felice. La mamma lo ha visto poche volte così. Sorride appesa ad una lacrima. Canta anche lei.
Tutta la notte Matteo si sente una farfalla che vola incontro a Gloria. La felicità è semplice quando il cuore si schiude.

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Informazioni su Marta

Impiegata per dovere sognatrice per passione
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28 risposte a Una storia come tante.

  1. ehipenny ha detto:

    Splendida storia, davvero!

    Liked by 1 persona

  2. Paola ha detto:

    Che bella! Hai talento

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  3. papworld ha detto:

    L’ha ribloggato su papworlde ha commentato:
    Ed ecco a voi la storia scritta a 4 mani con l’autrice del blog Pensieri Loquaci…

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  4. mariluf ha detto:

    Bella..e triste: E’ difficile entrare nel mondoo di chi è autistico, sempre, anche se di autismo ci sono vari gradi… Grazie

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  5. SaraTricoli ha detto:

    Superbo racconto ☺️ sono commossa… Ho i brividi e sono piena di speranza… Matteo sei una meravigliosa farfalla e vai, vola, vola felice 😍
    Complimenti 😘

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  6. kikkakonekka ha detto:

    Argomento delicato.
    MDM (Mia Dolce Metà) ha un cugino con figlio autistico. Un ragazzino apparentemente normale, ma terribilmente chiuso in me stesso. Non mi ha mai salutato, non dico a voce (lui non parla quasi mai), ma nemmeno con la mano. E’ molto intelligente, ma anche lui non ama i lacci delle scarpe che forse non sa allacciarsi.
    Ovvio che i genitori siano sempre in apprensione per lui.

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  7. Julian Vlad ha detto:

    Deliziosa e commovente.

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  8. Pingback: Voglio condividere… | LeggimiScrivimi il Blog di Tricoli Sara

  9. SaraTricoli ha detto:

    Ho scritto una mia riflessione segnalando questa storia, spero non ti dispiaccia ☺️

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